Cavalieri della Stella ...La Storia 


Cavalieri della Stella ...La Storia



DIFENSORI DELLA CRISTIANITA’ NELLA CITTA’ DEL PELORO
Con il dilagare della potenza ottomana il Mediterraneo, tra il Quattrocento ed il Cinquecento, divenne un lago turco, nel quale tutti gli stati musulmani della fascia mediterranea dell’Africa furono attratti nell’orbita della sublime Porta. La presenza di corsari e pirati turchi rese insicure le rotte delle navi cristiane e la vita delle popolazioni rivierasche, periodicamente colpite da razzie.

Messina, come tante altre città e villaggi ubicati lungo le coste del Mediterraneo, pagò il suo pesante tributo in termini di razzie, distruzioni, rapimenti e riscatti. Qualche volta, però, riuscì a respingere le insidie barbaresche, come nel settembre del 1595 quando la tenacia dei messinesi fece desistere la potente armata turca guidata dal rinnegato Sinan Bassà.

Fu in tale occasione che lo stratigò della città, marchese di Geraci, concepì l’idea di costituire una congregazione permanente di cavalieri, il cui compito, scrive Giacomo Crescenti nelle “Istorie messinesi”, “fosse quello di esser pronti per primi alla difesa della patria ogni volta che se ne sperimentasse il bisogno”.

Divenuto luogotenente e capitan generale del regno, il marchese di Geraci costituì a Messina il 7 dicembre 1595 l’Accademia della Stella. Tale denominazione, riporta Caio Domenico Gallo negli “Annali della città di Messina”, fu adottata in segno di omaggio e devozione alla Vergine Santissima dell’Epifania alla quale si recarono in pellegrinaggio i Magi d’Oriente guidati da una stella. Il Bonfiglio, in “Messina città mobilissima”, fa discendere invece il nome dalla stella di Orione “progenitore di Messina, stellificato e ammesso da Tolomeo nelle tavole delle Stelle fisse nella sua settima distinzione dell’Almagesto”. Giuseppe La Farina, in “Messina nell’800″, precisa che la denominazione fu scelta ad imitazione dell’ordine militare omonimo istituito nel 1362 da Giovanni II re di Francia.

Fondata con il precipuo scopo di difendere in armi la città allora minacciata dalle navi piratesche che con troppa frequenza venivano a far razzie e schiavi anche nelle località costiere dello stretto di Messina, era composta da non più di cento cavalieri scelti, cita Salvino Greco in “Messina medievale e moderna”, tra le famiglie di più antica prosapia. La nobile origine era quindi l’elemento caratterizzante ed in proposito il Gallo scrive che “furono ammessi in questa congregazione quei soli, le di cui famiglie provarono con autentiche scritture lunga serie di nobiltà, come appunto si costuma nei Cavalieri gerosolimitani”. Riporta inoltre il La Farina che “quando alcuno de’ cavalieri o per morte o per cancellazione venia a mancare, chi appartenea a nobile parentado, ed, avendo venti anni, tenea cavalli ed armi, ed atto si trovava agli esercizi di buona cavalleria, potea a voti essere ammesso a far parte della congrega, pagando in pria la somma di onze trenta, con le quali si acquistava una rendita in nome della corporazione”.

L’Ordine, attraverso apposito statuto, regolava la vita del cavaliere disponendo sia in merito all’addestramento, “si eserciteranno i nostri cavalieri sul cavalcare, giostrare, torneare così a piè come a cavallo, e in giocare bene d’ogni sorta d’armi”, che nell’ambito della vita quotidiana per particolari momenti di gioia o di sofferenza, “quando alcun cavaliero de’ nostri prendesse moglie e volesse celebrare nozze pubbliche, essendo richiesto il principe dee intervenire e vi andrà in forma di congregazione, con quel numero di cavalieri, che a lui parerà per favorire lo cavaliere sposo. Così anco nella infermità o carcere de’ cavalieri sia pensiero suo di mandarlo a visitare”. La decadenza dall’Ordine avveniva allorquando il cavaliere, dopo aver udito il suono delle campane o delle trombe, non accorreva sotto lo stendardo della congregazione senza valido motivo, ovvero quando abbandonava il predetto stendardo ed quando combatteva sotto altra bandiera.

Il 5 ottobre 1596, con diploma reale costitutivo trasmesso dal conte di Chiucon, segretario di Stato di Filippo II, lo stratigò della città di Messina, D. Vincenzo Bologna, fu nominato primo Principe dell’Accademia. Le altre cariche associative, oltre che dal Principe, erano costituite dai due Maestri dei Cavalieri, dal Gonfaloniere, dal Cancelliere e dal Tesoriere. La loro elezione avveniva il primo settembre di ogni anno ed era caratterizzata da una pomposa cavalcata per la città e da un torneo. Scrive il Gallo che “fatta l’elezione se ne dava parte al Viceré, offrendosi ai servigi reali nelle occorrenze di guerra, e poscia andatasi a visitare il Senato. Quindi davasi loro il possesso con numerosa cavalcata, precedendo l’araldo d’armi a cavallo vestito di broccato cremisi, con istrumenti di trombe e taballi: indi seguivano i Cavalieri, nobilmente e riccamente ornati su generosi destrieri, a due a due, portando in petto ognuno la stella d’oro smaltata a bianco, e nel fine, in mezzo allo Stradigò e del senatore ebdomadario, cavalcava il Principe dell’Accademia; seguiva poscia il più antico dei maestri dei Cavalieri in mezzo a due altri senatori, ed in mezzo d’altrettanti il più giovane, e fatto il giro per la città, si terminava nel palazzo dell’Accademia, ch’era appunto quello al presente posseduto dal Principe di San Teodoro della nobil casa Brunaccini, ed un tempo della casa Marchese dei Baroni della Scaletta, dirimpetto la chiesa parrocchiale di S. Antonio”.

Nel 1614 il duca di Ossuta volle al suo fianco, quale assistente per la rivista generale che fece in Messina alle truppe, il Principe dell’Ordine della Stella e concesse ai cavalieri che in caso di guerra, dovendo uscire lo stendardo reale, potessero portare ogni sorta di armi, ancorché proibite dalle leggi municipali del regno. Tale prerogativa venne confermata dal viceré di Sicilia Emanuele Filiberto che, con un diploma datato 20 ottobre 1622, concesse ai Cavalieri della Stella la facoltà, in tempo di guerra, d’armarsi non più con “armi gentili” ma con vere armi offensive e difensive. Diede inoltre, con successivo diploma in data 23 ottobre, la facoltà ai servitori dei medesimi cavalieri di portare, in tempo di guerra, spada e pugnale. Un altro diploma del viceré di Sicilia, duca d’Alcalà, nel 1632, essendo allora principe dell’Accademia un suo figlio, concesse in perpetuo il prestigioso titolo di “Illustrissimo”, allora in uso solo ai titolati del Regno.

Narrano le cronache che i loro vestiti erano sfarzosi e ricchissimi, confezionati con velluti pregiati, di diverso colore. I cavalieri indossavano goletta, zagaglia, maniche di maglia, pistola, scopettina e pugnale dorato. Portavano un cappello di feltro con cintiglia e cordone d’oro e con penne bianche e rosse. Calza, giubboni e colletto, erano in pizzo bianco. Sul petto portavano pendente un grande medaglione d’oro a forma di stella, legato ad un lungo nastro. La banda del vestito, in rosso cremisi, era guarnita d’argento. Giuseppe La Farina cita una riforma del 1620 la quale, in merito alla sfarzosità dell’abbigliamento, disponeva “che li cavalieri non spendano più di onze dieci per loro vestito e cavalli, né possono vestire se non di rasetto piano senza rizzolo a basso, del colore a loro voglia, e i creati tamburi e trombe di tersanello leggio, a basso come di sopra”.

L’Ordine festeggiava la sua istituzione il 6 gennaio, festa dell’Epifania. Per l’occasione si portava in processione, sopra una ricchissima bara d’argento del valore di tremila scudi realizzata a spese dell’Accademia, una custodia di cristallo contenente la reliquia dei capelli della Beata Vergine. Una splendida mostra-cavalcata facevano i Cavalieri anche in uno dei primi diciassette giorni d’agosto, in occasione della Fiera del San Sepolcro, mentre in ottobre effettuavano “un solenne armeggiare” con giostre e tornei. Nelle pubbliche sfilate erano preceduti da araldi e trombettieri e a loro volta precedevano il Senato cittadino In caso di guerra il Principe dell’Ordine assumeva l’incarico di Capitano Generale della Cavalleria della città e del distretto.
I Cavalieri della Stella presero parte attiva alla rivolta antispagnola del 1674-78. Al rientro degli spagnoli il nuovo viceré, D. Francesco Benavides conte di Santo Stefano, per vendicarsi della loro condotta, dispose la soppressione dell’Ordine.

Narra Enrico Maceri nell’opera “Messina nel Settecento” che la mattina del 6 gennaio 1679, giorno dell’Epifania, il nuovo viceré ricevette nel palazzo reale le autorità ed i signori della città. Fra i cavalieri che ivi si recarono primo fra tutti si presentò D. Paolo Ardoino, principe di Palazzi e marchese della Floresta, che in quel momento rivestiva l’alta carica di principe dell’Accademia della Stella. Questi si presentò in abito di gran gala, con sul petto uno stellone d’oro, insegna dell’aristocratico sodalizio in quanto, proprio quel giorno, doveva aver luogo la processione del “Capello della Madonna della Lettera”, la sacra reliquia collocata su di una ricca bara di argento con le statuette dei re Magi. Il viceré domandò al patrizio messinese quale insegna fosse quella onde si decorava il petto, al che questi rispose con tutto rispetto: “Eccellentissimo signore, questa è l’insegna che portano i cavalieri di questa Città dell’Accademia militare della Stella, ed io che ne sono il Principe, per quest’anno, la porto più grande degli altri”. Allora il viceré, montato in collera, come se fosse stato oltraggiato, lo rimbeccò gridandogli: “Ma che cavaliere! Che ordine militare! Che Stella!” e giù, in men che si dica, gli strappò con furia dal petto la gloriosa insegna”.

La nobile Accademia della Stella, dopo poco meno di un secolo di gloriose tradizioni, perentoriamente fu invitata, scrive Salvino Greco, dal viceré spagnolo a serrare le imposte con il seguente laconico ordine: “Per ragioni che convengono al servizio di Sua Maestà, ho risoluto sopprimere l’Accademia della Stella esistita fino adesso in questa città onde per sua conoscenza lo partecipo alla S.V. perché trasmetta nello stesso tempo la notizia a cui spetta, avvertendola contemporaneamente che coloro che avranno meritato del real servizio avranno dalla regia benignità ogni gratitudine ed anche un segno di maggiore amore”. I Cavalieri della Stella, con in testa il marchese della Floresta, principe in carica, si congedarono dal popolo percorrendo la città in mesto corteo e andarono a deporre le insegne dell’Ordine ai piedi dell’austero e impassibile viceré. Questi, inoltre, dispose la confisca del patrimonio dei baroni della Scaletta, sede dell’Accademia (si trovava nell’allora via del Corso, oggi corso Cavour, poco sotto l’attuale palazzo dei telefoni) che fu venduto “a vil prezzo a D. Diego Brunaccini, giudice della Corte stratigoziale di Messina, insegnante di diritto feudale nel nostro At
eneo dal 1659 al 1674, e personaggio insignito delle più alte cariche del Regno mercé la sua devozione a Carlo II, il quale, nel 1687, lo investì del titolo di principe di San Teodoro, feudo tolto al malvezzo del casato Campolo”.

La notizia dell’insulto atroce, inflitto alla città, foriero di altre tempeste, si sparse in un baleno per Messina, e quel giorno, 6 gennaio 1679, non ebbe luogo la processione, come sin d’allora non si videro più i bei Cavalieri della Stella, uomini che scrissero pagine di splendore di altri tempi nella magnifica storia della città del Peloro.



Articolo pubblicato da Enrico Casale su Messina Web il 2 febbraio 2007



Modificato il 13 Gennaio 2013 alle 19:22




Scritto il 03 Dicembre 2012 alle 21:26



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